Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Gesù è a Gerusalemme per la festa delle capanne o tabernacoli (Giovanni 7). Durante questa festa, Israele fa memoria sotto le tende dei quarant’anni di vita nel deserto, lungo il viaggio verso la terra promessa, dopo la liberazione dall’Egitto. Dio si prende cura del suo popolo: lo nutre con la manna, lo disseta con l’acqua scaturita dalla roccia, lo guida con una colonna di nuvola durante il giorno e una lingua di fuoco durante la notte, per dare luce. Israele nell’esodo e nel deserto sperimenta come non mai la presenza di Dio, ascolta le parole e conosce il Dio della parola; impara che l’uomo non vive di pane soltanto, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio. Gesù è a Gerusalemme per la festa, dopo la moltiplicazione dei pani e il discorso sul pane della vita (Giovanni 6), davanti ai capi giudei che lo contestano, in una polemica serrata: cercano di pigliarlo nel tempio e arrestarlo durante la festa per ucciderlo, ma non possono perché l’ora sua non è ancora venuta. Molti della folla credono in lui a motivo dei miracoli, nonostante l’opposizione dei capi. C’è un dissenso tra i capi e la folla. I capi mandano delle guardie per arrestare Gesù. Le guardie dunque tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei, i quali dissero loro: Perché non l’avete condotto qui? Le guardie risposero: Nessuno parlò mai come quest’uomo! (Giovanni 7,45-46).


I tre vangeli sinottici attestano di volta in volta la potenza, l’autorevolezza, la grazia, il fascino e la novità delle parole e del parlare di Gesù, quando insegna e ammaestra e quando opera dei miracoli e libera gli indemoniati: Gesù insegna come uno che ha autorità e non come gli scribi (Matteo 7,29; Marco 1,22); scaccia gli spiriti e guarisce tutti i malati con la parola (Matteo 8,16); tutti rendono testimonianza e sono meravigliati delle parole di grazia che escono dalla sua bocca (Luca 4,22); alla parola di Gesù, Pietro cala le reti (Luca 5,5); il popolo pende dalle sue labbra nell’ascoltarlo (Luca 19,48) e di buon mattino va da lui nel tempio per udirlo (Luca 21,38). Nel quarto vangelo c’è questa testimonianza delle guardie, ma non mancano certo le attestazioni di merito sulle parole e la parola di Gesù: l’evangelista afferma che la Parola si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi, piena di grazia e di verità (1,14); ai suoi discepoli Gesù dichiara che le sue parole sono spirito e vita (6,63), e che perseverare nella sua parola porta a conoscere la verità e rende liberi (8,32); chiama Lazzaro a uscire dalla tomba come se stesse parlando a una persona viva.


Nel quarto vangelo l’espressione in bocca alle guardie, inviate ad arrestare Gesù, è di disarmante semplicità e intelligente discernimento. Quando i capi sacerdoti e i farisei vedono tornare le guardie a mani vuote, ne domandano il perché. Esse rispondono: “Nessuno parlò mai come quest’uomo”. Le guardie non discutono sull’identità di Gesù, se sia il messia o un profeta. Per loro, a partire dalla loro esperienza, da quel che ascoltano direttamente da lui e non indirettamente su di lui, Gesù è un uomo che parla come nessun altro. Dalle sue parole essi intuiscono la profondità, la verità e la bellezza del suo parlare e della sua persona. Dalle sue parole scoprono la sua umanità, ma anche l’eccezionalità della sua umanità “altra”; scoprono qualcosa di colui che parla: la testimonianza delle guardie suggerisce il sentore di essere alla presenza di colui che il vangelo chiama il Figlio di Dio. Gesù parla con una modalità che le guardie non sanno spiegare se non in maniera negativa e comparativa: egli parla in un modo che essi non hanno mai sentito in nessun altro uomo.  Ma oltre al discernimento, pieno di buon senso, e all’intuizione sul parlare di Gesù, le guardie mostrano anche il coraggio di agire di conseguenza. Esse non danno seguito all’ordine ricevuto dai capi di arrestare Gesù. Non si nascondono dietro il: “Sto solo eseguendo degli ordini”. Esse mostrano il coraggio di dire di no. Il coraggio di una giusta disobbedienza. Onorano il proprio ruolo con una parola propria, non asservita al volere di altri, non assoggettata ciecamente ai capi. Si schierano dalla parte di chi i capi cercano di uccidere. Inviate ad arrestarlo, le guardie colgono le parole di Gesù come rispondenti alla vera finalità per cui la parola è sorta e come strumento che crea spazi alternativi alla violenza, per cui si astengono dal fare violenza. Quando la parola è potente, limpida, autentica, vera, libera, sincera, rende migliore chi l’ascolta e induce a mitezza e a non fare violenza. Le guardie capiscono che la parola di Gesù rivela e rende umani, crea rapporti e legami particolari con il mondo e la realtà tutta. Da ciò che intuiscono e ne sono colpite nel parlare di Gesù, le guardie ci aiutano a capire che la sua parola non si trova in nessun altro poiché egli non è uno tra i tanti.

Paolo Mirabelli

02 maggio 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).