Bibbiaoggi
Gesù Cristo, la Bibbia, i Cristiani, la Chiesa

Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna (Giovanni 3,16).

Il Decalogo è preceduto dalla grandiosa teofania in cui il Signore rivela la sua presenza sul Sinai, la “montagna santificata” (19,23). Soltanto Mosè, in rappresentanza del popolo, raccoglie le “dieci parole” che racchiudono la volontà di Dio e le riferisce a Israele, che promette di osservarle e ne accetta l’alleanza (24,3). Il Decalogo è introdotto bruscamente, senza collegamento con quanto precede. Dio parla: risalta cosi l’assoluta libertà dell’iniziativa divina. Benché scolpito su “tavole di pietra”, la sua solidità non deriva dal materiale su cui è scritto (la pietra), ma dall’essere parola di Dio; e come tale non chiede il rispetto esteriore e formale, ma l’accordo del cuore dell’uomo con quanto insegnato. Otto comandamenti su dieci hanno la forma negativa. Lo stesso comandamento del sabato comanda di non fare delle cose e di astenersi dal lavoro. Questa lista di divieti può urtare la sensibilità di qualcuno, ma tutto cambia se riflettiamo sul fatto che dire cosa non bisogna fare ci lascia molto più liberi. Dio pone dei divieti, certo, ma è vietato solo ciò che priva noi e gli altri della libertà, del bene, della vita: la violenza, l’assassinio, l’adulterio, il furto, la falsa testimonianza. Per il resto il cosa bisogna fare è lasciato alla nostra libertà responsabile.


La prima parola del Decalogo, espressa in positivo, non sembra propriamente un comandamento, e impegna Dio più che l’uomo. Il Signore si rivela per quello che è. Egli chiede di essere conosciuto e poi di essere obbedito. Per questo può vietare di avere altre divinità. Qui non c’è un monoteismo filosofico, astratto, ma si dice chi è Dio e quello che ha fatto per Israele. È il Dio che libera, anzi il Dio che ha liberato e fatto uscire il suo popolo dalla terra d’Egitto che dice: Io sono il Signore, tuo Dio. Tutto il Decalogo discende da quest’affermazione iniziale, come un torrente dalla montagna. Il divieto dell’idolatria, che non ha paralleli nel mondo antico, è in stretto rapporto con il racconto della creazione. Dio ha fatto il cielo, la terra e il mare, con tutto ciò che contengono. Nell’idolatria l’uomo adora le cose create, anziché il Creatore; sostituisce all’immagine creata da Dio immagini di idoli fatti con le sue mani; invece di adorare Colui che lo ha fatto, adora la cosa che ha fatto. Questo è mutare la verità in menzogna. Tutto ciò è proibito perché Dio è geloso, e punisce chi lo odia, ma la sua grazia verso coloro che lo amano è mille volte più grande del castigo. Tutti i peccati previsti nel Decalogo hanno radice nell’idolatria e in questo rovesciamento della verità. Pronunciare invano il Nome significa trattare Dio come un idolo, come qualcosa di cui l’uomo possa impadronirsi per strumentalizzarlo ai suoi fini, manipolandolo. Invano indica il vuoto, la falsità, anche la magia. La stessa parola è usata per la falsa testimonianza.


Il comandamento del sabato è formulato in positivo (ricordati) e in negativo (non fare lavoro). È motivato con la creazione (nel Deuteronomio invece con il ricordo della schiavitù in Egitto). Non s’interrompe il lavoro banalmente, ma per imitare il riposo del settimo giorno della creazione. Si tratta quindi della più alta realizzazione dell’essere uomo. Il sabato rimanda all’opera di Dio e parla alla comunità d’Israele. Non esiste in tutti i popoli antichi qualcosa di simile. È l’unico in cui si menziona lo straniero. Il sabato è la legge che più è legata all’identità della comunità ebraica ma anche la più universale: l’ebreo è chiamato a condividere la santità del sabato con tutta la creazione, senza distinzioni di sesso, di condizione sociale (schiavo), di appartenenza etnica (lo straniero) e perfino umana (il bestiame). Il potere di fare con le proprie mani rischia di precipitare l’uomo in un delirio di onnipotenza, se non interviene il riposo del sabato a ricondurre tutto a Dio.


Il comandamento di onorare i genitori collega la generazione di oggi a quella di ieri, si rivolge verso ciò che precede: nella tradizione ebraica la memoria dell’azione di Dio verso il popolo si trasmette da padre in figlio. È l’unico comandamento che parli di una promessa legata ai giorni di vita. Gli altri comandamenti riguardano i rapporti umani: tutelano il prossimo da ogni forma di violenza, di prevaricazione, d’invadenza egoistica e usurpatrice dell’uomo contro l’uomo. Manca in alcuni il complemento oggetto e hanno la forma apodittica, dunque applicabili a ogni situazione della vita. Come paletti delimitano lo spazio della libertà. Non uccidere, non commettere adulterio e non dire falsa testimonianza proibiscono ogni forma di attentato alla vita, alla libertà, alle cose del prossimo. Il Decalogo si conclude penetrando nel segreto del cuore, dove si nasconde quel desiderio che si trasforma in volontà che vuole accaparrarsi tutto, senza lasciare spazio al prossimo.

Paolo Mirabelli

09 aprile 2018

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In tutto c’è Dio: egli è in ognuno, dentro e fuori ed in ogni parte, cosicché in qualsiasi creatura nulla può essere più intimo e riposto che Dio stesso. Senza di lui è il nulla. Dio riempie il mondo ma non è contenuto dal mondo. Trova il tempo per credere; trova il tempo per amare; trova il tempo per essere felice. Trova il tempo di leggere la Bibbia. Trova il tempo di essere un discepolo di Gesù Cristo. Il tempo è un dono di Dio; la vita è troppo breve per essere sprecata. Gesù ti dona la vita esuberante (Giovanni 10,10).